L’uso delle trappole, tra scienza e pregiudizio

Daniele Besomi

Un articolo pubblicato sulle riviste di apicultura della Svizzera tedesca e francese[1] discute l’utilità delle trappole primaverili per il controllo della popolazione di Vespa velutina. Lo fa a partire da una collezione di confronti tra diversi tipi di trappole, pubblicizzate dai produttori come più o meno selettive, effettuato in diverse postazioni in Svizzera nel corso del 2024 e 2025. La conclusione, se reggesse, sarebbe importante per la gestione dell’insetto: poiché il numero di regine catturato da ogni trappola è molto basso, il metodo sarebbe inefficace e da evitare a causa dell’elevato numero di catture collaterali di altri insetti, che danneggerebbe la biodiversità più di quanto non facciano le Vespe. Ma si può trarre questa conclusione dai dati che sono stati raccolti?

In realtà, questo articolo soffre di molte e profonde pecche logiche e metodologiche che lo rendono totalmente privo di valore scientifico, tanto che in generale sarebbe meglio destinarlo all’oblio anziché annoiare i lettori con un’analisi dettagliata. Tuttavia, poiché è chiaro l’uso puramente propagandistico  che ne viene fatto, cioè quello di spingere verso una conclusione che non è supportata dal tipo di esperimento che è stato condotto (non è neppure pertinente) ma che era in realtà il presupposto che si desiderava dimostrare, occorrerà a malincuore spenderci qualche parola.

I dati sono stati raccolti da 7 gruppi diversi in più postazioni in Svizzera, ciascuno dei quali ha confrontato le catture di diversi tipi di trappole, alcune riconosciutamente non selettive (tap trap e VespaCatch), altre che invece dovrebbero avere qualche grado di selettività (per esempio la trappola coreana VelutinaTrap, Good4Bees e quelle stampabili in 3D di cui esistono abbondanti modelli sul web). Il risultato è che ciascuna trappola cattura poche velutine e molti altri insetti, in proporzioni variabili da trappola a trappola e da luogo a luogo, con quelle meno selettive che si dimostrano più efficaci nel catturare l’insetto target ma anche più letali per il resto dell’entomofauna. VespaCatch, per esempio, ha catturato in media 3.6 velutine ma anche oltre 13'000 altri isetti in una stagione, mentre le trappole più selettive catturano solo un centinaio di insetti non-target per stagione, ma solo tra 0.5 e 2.5 velutine.

Questi risultati non sono per nulla sorprendenti in quanto corrispondono a grandi linee con quanto già pubblicato in letteratura da almeno tre lustri, tanto che ci si potrebbe chiedere che senso abbia investire risorse nel ripetere un’altra volta dei test già effettuati altrove.  Quello che bisogna verificare è se siano anche rilevanti e pertinenti per la conclusione generale a cui arrivano, secondo cui la scarsa efficacia delle trappole (misurata in termini di numero assoluto di catture di velutine in ogni trappola) indicherebbe la scarsa efficacia delle trappole in generale per il controllo della popolazione di vespe. Qui i limiti dell’articolo —e ce ne sono parecchi e seri— diventano molto evidenti.

Il primo e più importante consiste in un salto logico: i dati raccolti non hanno alcuna relazione con la conclusione riguardanti l’utilità generale del trappolaggio per il controllo. Il tutto è basato su una confusione concettuale riguardante il significato di “efficacia” delle trappole. In questo articolo, come in tutta la letteratura sulla selettività delle trappole, l’efficacia è misurata in termini di numero assoluto di catture di regine per trappola e per unità di tempo. In questo ambito la definizione adottata ha il senso di permettere il confronto tra trappole che, a parità di esca e di condizioni,[2] catturano più o meno regine rispetto a più o meno insetti non-target. È anche un dato facilmente quantificabile, per cui è comprensibile che lo si usi. Il problema sull’effetto della popolazione delle velutine, però, risiede in un ambito completamente diverso, nel quale prevalgono altre logiche. L’efficienza delle trappole sulla crescita o diminuzione della popolazione di vespe dipende non dal numero assoluto di regine catturato, ma dal rapporto tra regine catturate e numero di regine originariamente in circolazione. Naturalmente il dato è difficilmete quantificabile (a priori non conosciamo il denominatore), ma questo non significa che si debba rinunciare a una logica epidemiologica o di dinamica della popolazione semplicemente perché non abbiamo un numero.

L'idea di base è che se le trappole sono inefficaci in termini di catture per trappola sarano inefficaci anche per la dinamica della popolazione. O no? Sfortunatamente non è la stessa cosa, e non si tratta di una questione puramente terminologica: la scelta delle definizioni pertinenti è centrale per l’interpretazione del dato. Gli apicoltori possono capire la differenza in base a un esempio che vedono annualmente: è più efficace un trattamento che abbatte 100 varroe o un altro che ne abbatte 1000? Un secondo di riflessione porta subito a capire che la domanda è posta male, perché l’effetto sulla popolazione di varroe dipende non solo da quante ne sono morte, ma soprattutto da quante ne sono rimaste e sono in grado di riprodursi. L’efficacia è calcolata in percentuale di abbattimento, non sul numero assoluto: se nella cassa da cui ne sono cadute 100 ce n’erano 105, l’efficacia del trattamento è 100/105, cioè 95.5%; se in quella in cui ne sono cadute 1'000 e aveva 1200, l’efficacia è di 83.3%, quindi molto minore (e abbastaza da mettere i pericolo la colonia). Allo stesso modo, se con 10 trappole catturo anche una sola regina ma questa era l’unica che c’era, l’efficacia non è di 1 su 10, ma di una su una, cioè del 100%. Le trappole, in questo caso, avrebbero sterminato l’intera popolazione.

Dunque: non si può passare da una logica legata alla meccanica delle trappole a una logica di dinamica della popolazione a partire dal medesimo dato sul numero assoluto di regine catturate: il dato nell’ambito di partenza (efficacia e selettività delle trappole) non significa assolutamente nulla nell’ambito di arrivo (dinamica della popolazione), e un’estensione in questo senso è puramente arbitraria.[3]

Secondo problema: mancanza di un gruppo di controllo. Quando si vogliono confrontare due situazioni, la procedura scientifica standard è quella di dividere i soggetti studiati in due gruppi, uno sottoposto al trattamento e uno no. Lo si fa in tutte le discipline scientifiche; in medicina, per esempio, per verificare se un medicamento è efficace oppure no, ad un gruppo randomizzato di pazienti (possibilmente numeroso) si somministra il medicamento, ad un secondo gruppo si dà un placebo, e alla fine si confronta (con gli appropriati strumenti statistici) se il medicamento ha un effetto significativamente diverso dal placebo sul decorso della malattia.

Ora, in questo caso per affermare se le trappole abbiano o no avuto un effetto rilevante sulla popolazione di velutine gli autori avrebbero dovuto utilizzare due gruppi: due zone (o, meglio, possibilmente in numero maggiore) il più comparabili possibile almeno per la densità di calabroni, metà delle quali soggette a trappolaggio e l’altra metà gestita come di solito. Questo, però, non è stato fatto: gli autori sono consapevoli che, mancando un controllo, “Il n’est pas possible de déterminer si le piégeage a éventuellement conduit à une diminution du nombre de nids par rapport à une situation sans piégeage”, ma ciò nonostante concludono con granitica certezza che “le piégeage des reines au printemps ne permet pas de réduire efficacement le nombre de nids en été”. Se ci fossero i medesimi errori di design anche nelle procedure sperimentali di valutazione dei farmaci avremmo serie ragioni per dubitare che i medici sappiano quello che stanno facendo.

Naturalmente gli autori ritengono che questo non sia che un esempio di ciò che altri avevano già dimostrato. E qui si annida un terzo problema: gli altri autori che citano sono più prudenti e molto più sfumati nelle loro conclusioni. Per quanto riguarda le implicazioni della scarsa selettività delle trappole, Lioy e colleghi[4] (citati nel testo) affermano sì di aver trovato un gran numero di altri insetti nelle trappole, ma anche che una parte significativa di questi consisteva in altri insetti invasivi, in particolare la formica argentina e la Drosofila suzukii, il che relativizza i danni causati dalle trappole (questo passaggio non è citato nel testo). Monceau e altri[5] (anch’essi citati come riferimento) confermano il gran numero di catture di insetti non target, ma affermano anche che per quantificare l’effettivo danno all’entomofauna occorrerebbero “well-designed experiments integrating the ecological functionality of each targeted species” —di cui ancora non si vede traccia. (E anche questo passaggio non è citato).

I medesimi autori non sono neppure così drastici sulle trappole. Il paragrafo finale del loro studio (anche questo non citato) è molto più aperto:

One may conclude from the present study that V. velutina queen trapping is a drop in the invasiveness ocean, and this method may appear as a ‘bandage on a wooden leg’ for honeybee protection. Nevertheless, could one discourage from queen trapping when facing a trade-off between attempting any methods that could protect honeybees and the risk against insect biodiversity, which is not yet confirmed? The devil’s advocate would argue that if queens were not trapped, insect biodiversity would also suffer later from V. velutina predation. Thus, instead of prohibiting queen trapping, this method should be improved, for example using more specific attractants e.g. pheromones. In the absence of such products, the use of classical funnel trap design implemented of holes (to allow part of non-target species to escape) should be considered. Obviously, such practices must also be regularly monitored to limit collateral damages to entomofauna and highlight the need to set up a management network.

In un lavoro più recente, Monceau e colleghi sono più categorici nel negare che quella del trappolaggio sia una questione ormai definita nella sua inutilità, per la mancanza di modelli spaziali di distribuzione e dispersione spaziale della velutina.[6] La relazione tra trappolaggio e il numero di nidi della stagione precedente e successiva (di cui si trova un esempio nell’articolo che stiamo esaminando, con riferimento alle numerose trappole sistemate dal Vallese percercare di arginare l’entrata del calabrone nella valle del Rodano) può infatti essere inficiata dal fatto che le regine di velutina sono molto esplorative, e possono spostarsi da un territorio a un altro. Da una parte si potrebbe credere di aver avuto successo nel contenimento perché il numero di nidi è diminuito, ma questo potrebbe essere dovuto a fatto che le regine sono migrate altrove. Ma può succedere anche il contrario —e questo è facile che sia accaduto in Vallese. La Valle del Rodano è divisa in due dal fiume; il trappolaggio intensivo in Vallese  non ha saputo contenere il numero di nidi (che anzi sono cresciuti parecchio nonostante la cattura di 376 regine nel 2025, passando da 4 a  18) probabilmente perché nel contempo non si è trappolato con la medesima intensità sull’altro lato del fiume (ricordiamo che velutina attraversa sistematicamente i 12 km di mare che separano la Francia da Jersey, per cui il Rodano certo non pone un serio ostacolo).

Quarto problema: la relazione tra numero di regine catturato dalle trappole e numero di nidi della stagione successiva è fortemente influenzato anche da un altro fattore: le condizioni meteo dell’inverno e soprattutto della primavera, quando le regine fondatrici e i loro nidi embrionali sono molto vulnerabili. In una buona annata il successo riproduttivo delle regine è elevato, mentre con stagioni fredde, ventose o piovose molte meno regine riescono a costruire il loro nido. Lo studio della relazione tra regine catturate e nidi non può dunque limitarsi a una stagione, contrariamente a quanto fatto nell'articolo che stiamo esaminando, ma deve contemplare almeno qualche anno —e, naturalmente, con il regolare confronto con un gruppo di controllo. Questo anche perché la crescita delle popolazioni di velutina (come di tutte le altre popolazioni) non è costante nel tempo, ma segue una curva a forma di S: dapprima cresce in modo relativamente lento, poi in rapida espansione, e alla fine, quando ha saturato il territorio, si stabilizza. L’effetto del trappolaggio primaverile di regine è ovviamente dipendente dalla dinamica sottostante della popolazione di vespe.

Un’osservazione finale riguardante la situazione della Svizzera Italiana. Per quanto riguarda la Vespa velutina siamo ancora in una condizione equiparabile a quella di un’isola: il calabrone potrebbe arrivare in qualsiasi momento e qualsiasi luogo per trasporto passivo, ma per quanto riguarda l’espansione per contiguità territoriale siamo protetti a nord dalla catena alpina e a sud dall’azione sistematica del colleghi italiani delle regioni confinanti che fanno di tutto per eradicarla. In queste condizioni, un arrivo puntuale di Vespa velutina può essere oggetto di un tentativo di eradicazione, e questo è esattamente quanto si propone di fare il Gruppo di Lavoro cantonale sulla Vespa Velutina del quale fanno parte apicoltori e autorità cantonali. Questo comporterà, nel malaugurato caso di un’individuazione tardiva del primo nido, un’azione di trappolaggio intensivo delle regine fondatrici. Questo caso è intrinsecamente diverso da un tentativo di controllo di una popolazione già stabilizzata e in graduale espandsione; anche se le conclusioni dell’articolo in esame fossero valide nel resto della Svizzera, data la differenza di condizioni le conclusioni dell’articolo non si applicherebbero comunque: l’eradicazione è un processo diverso dal controllo, e comporta metodi  e procedure diverse.

Alcuni degli autori di quest articolo sono ricercatori accademici e in quanto tali sono, o almeno dovrebbero essere, consapevoli delle limitazioni  del loro studio: dalla mancanza di un gruppo di controllo, a tutto ciò che hanno deciso di trascurare, e al salto logico tra meccanica delle trappole e dinamica della popolazione. Certamente dovrebbero avere in chiaro le implicazioni sulla solidità delle loro conclusione. Eppure non esitano a saltare a conclusioni radicali—che peraltro non sono suffragate da evidenza recente, in particolare per quanto riguarda l’alternativa che suggeriscono di cacciare i nidi primari anziché trappolare. Nessuna meraviglia, dunque, che l’articolo sia finito in riviste per apicoltori piuttosto che in una accademica, che dovrebbe invece essere la sede deputata ad accogliere ricerche scientifiche.

 

 Note e riferimenti

[1] Lukas Seehausen et al., Sélectivité et efficacité du piégeage des reines de frelons asiatiques à pattes jaunes au printempsRevue Suisse d’apiculture, 03/2026; Wie effektiv und selektiv sind Fallen gegen die Asiatische Hornisse im Frühjahr? Schweizerische Bienenzeitung 03/2026.

[2] Il numero di catture per trappola sia di velutine che di insetti non target dipende non solo dalle carattristiche delle trappole stesse ma, come gli autori riconoscono esplicitamente, da numerose altre condizioni, tra cui la densità di velutine sul territorio nella stagione precedente, dal tipo di esca, il posizionamento speifico della trappola, la cura dell’operature (frequenza dei cambiamenti dell’esca, l’accuratezza dei conteggi). Il problema è che gli autori hanno deciso di non prendere in considerazione questi fattori: “ D’autres facteurs tels que la composition de l’appât, l’emplacement exact du piège, la fréquence des contrôles et la vigilance de l’opérateur peuvent également jouer un rôle, qui n’a pas été pris en compte dans notre analyse”. Mentre questi ultimi fattori influenzano il numero generale di catture, la densità dei nidi (e con essa il numero di nuove regine prodotte in autunno) influenza il numero di vespa catturate. Quindi sia il numeratore che il denominatore del rapporto tra catture target e non target sono direttamente influenzati da questi fattori, per cui i risultati ottenuti in postazioni diverse da gruppi di ricerca diversi non sono in realtà comparabili. Il confronto può essere, al più, condotto gruppo per gruppo —che è esattamente quanto hanno fatto altri ricercatori proprio per evitare questi problemi.

[3] Gli autori non possono far finta di non essere consapevoli di questo salto logico: queste considerazioni sulla definizione di ‘efficacia’ nell’uno e nell’altro ambito sono state esplicitamente riportate in un documento di commento ad una versione preliminare delle raccomandazioni del Cercle Éxotique per la gestione di Vespa velutina in Svizzera per il 2026, e dovrebbero essere state viste da almeno due degli autori.

[4] Simone Lioy, Daniela Laurino, Michela Capello, Andrea Romano, Aulo Manino and Marco Porporato, Effectiveness and Selectiveness of Traps and Baits for Catching the Invasive Hornet Vespa velutina, Insects 2020, 11, 706

[5] Monceau K, Bonnard O, Thiéry D. (2012) Chasing the queens of the alien predator of honeybees: A water drop in the invasiveness ocean. Open Journal of Ecology 2(4):183-191. 

[6] Denis Thiery e Karine Monceau, Twenty years of attempting to control the Vespa velutina invasion: will we win the battle? Entomologia Generalis, Vol. 44 (2024), Issue 3, 479–480.

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